Riflettori su lavoro e sicurezza
La rinascita del Contratto Sociale dalla Sicurezza sul lavoro. “Il contratto per la Sicurezza della cittadinanza”
3/18/20264 min read

Lo stato di fatto della sicurezza sul lavoro nel nostro Paese rivela una ferita aperta che non riguarda solo le statistiche, ma l’essenza stessa della nostra convivenza civile. I dati sugli infortuni sul lavoro, sia fatali che invalidanti, congiuntamente alla caduta nel dimenticatoio dei principi generali del cosiddetto Contratto Sociale, evidenziano l’urgenza di tutelare la persona in un ambito che dovrebbe rappresentare una garanzia nello stato sociale dell’individuo: il mondo del lavoro.
Negli ultimi decenni, abbiamo assistito alla decadenza delle garanzie del cittadino, indebitamente sventolate da tutte le correnti politiche del nostro Paese, ma tradite nei fatti. Questa deriva ha caratterizzato la retrocessione del cittadino a semplice individuo nel contesto sociale, privato della sua dimensione di portatore di diritti inalienabili a causa di una classe dirigente spesso incapace di tradurre i valori in tutele concrete.
Senza la pretesa di improvvisarmi esperto costituzionalista, è impossibile non richiamare il primo articolo della nostra Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. In questo principio risiede la sovranità del popolo, che va esercitata evocando sentimenti etici e morali che sembrano essersi smarriti nella gestione burocratica della cosa pubblica.
Osserviamo lo scenario spietato dei dati degli infortuni sul lavoro. Nel 2024, l’INAIL ha registrato 589.571 denunce di infortunio, coinvolgendo 511.688 lavoratori e 77.883 studenti, con un tributo di infortuni mortali intorno ai 1.090 eventi, quindi circa 3 morti al giorno. I dati dell’anno 2025 non mostrano inversioni di tendenza. Sono, infatti, 597.710 le denunce, di cui 1.093 casi mortali, che confermano una media tragica di circa tre decessi giornalieri. Dinanzi a questo bollettino di guerra, sorge una provocazione: siamo davvero sensibili e trasparenti verso l’incolumità e la sicurezza del lavoro? La responsabilità è esclusivamente del datore di lavoro o ricade su una società che, per decolpevolizzarsi, preferisce non curarsi di ignoranza e superficialità dei singoli?
Attualmente, la formazione obbligatoria è regolata dal D.lgs. 81/08 ed è interamente a carico del datore di lavoro. Questo comporta impegni economici facilmente misurabili: un investimento tra le 8 e le 16 ore per ogni assunzione, con costi vivi tra i 100 e i 200 euro per i soli corsi, ai quali si aggiungono gli oneri di retribuzione e contribuzione delle ore di formazione, oltre che i costi di struttura aziendale diretti e indiretti. L’inefficienza del sistema emerge ancora di più nel cambio azienda: il nuovo datore preferisce spesso ricominciare il ciclo formativo da zero, sprecando risorse preziose. In una società in cui la sicurezza è confinata alle sole mura aziendali, risulta impossibile promuovere una cultura della prevenzione che abbracci la vita quotidiana. Perché l’imprenditore deve essere l’unico responsabile? È necessario estendere le misure di prevenzione a tutta la cittadinanza, superando il confine del luogo di lavoro.
Sebbene il Ministero della Salute abbia approvato a fine anno la Strategia Nazionale 2026-2030, integrata con il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 e il coinvolgimento di vari Enti (Ministeri, Regioni, INAIL, Ispettorato Nazionale del Lavoro e parti sociali), il documento manca di azioni operative immediate, limitandosi a enunciazioni di principio.
È fondamentale che lo Stato smetta di delegare questa responsabilità ai singoli e torni a occuparsi della salute dei cittadini. L’individuo deve essere sempre elevato a cittadino dalle garanzie dello Stato, deve pretendere il riconoscimento del proprio diritto all’incolumità, trasponendo i risultati raggiunti anche nell’ambito extra lavorativo.
È qui che prende corpo il concetto di "Contratto per la Sicurezza della cittadinanza". La ricostruzione del rapporto fiduciario tra Stato e cittadino deve basarsi sul principio dello Stato che agisce con la diligenza del "Buon Padre di Famiglia". La promozione della prevenzione non può restare una responsabilità esclusiva del privato o del luogo di lavoro. Dobbiamo chiederci se la sicurezza riguardi solo le fabbriche o anche le case, luoghi di lavoro per milioni di persone, soprattutto nei servizi di assistenza e cura domestica. Tutti desideriamo ambienti domestici salubri e sicuri.
Temi come la cura e i diritti della cittadinanza sono stati dimenticati dalle agende politiche; è tempo di ripensare il concetto di sviluppo della Repubblica democratica includendo ogni aspetto della quotidianità. Lo Stato deve operare in prima persona, imponendo la formazione iniziale sulla sicurezza — generale, specifica, antincendio e primo soccorso — a tutte le persone in età legale per lavorare. Tale formazione deve essere un percorso obbligatorio e professionalizzante. Per attuarla, si potrebbe pensare anche ad un “Ispettorato per la Sicurezza” dedicato, un connubio tra il Ministero del Lavoro e il Ministero dell’Istruzione, capace di operare in modo equo su tutto il territorio, al di fuori dei vincoli del federalismo regionale, e impiegando direttamente risorse d’eccellenza: i Vigili del Fuoco per i corsi antincendio e i professionisti sanitari delle ASL per il primo soccorso.
L’attuazione di questa visione può essere finanziata con le risorse residue della formazione regionale (Fesr, Fse, PNRR) o dai Fondi Interprofessionali. Il PNRR destina inoltre fondi aggiuntivi alla formazione professionalizzante dei NEET.
In questa visione, la formazione diventa propedeutica e abilitante: chi cerca un’occupazione sarebbe già munito di strumenti certificati. Una persona altamente formata riduce i tempi di inserimento operativo e migliora la sicurezza aziendale. L’azienda, selezionando risorse già formate sulla sicurezza, ne rafforzerebbe la missione.
Senza fare nessuna speculazione, riflettiamo sulla tragedia dell’incendio della discoteca a Crans-Montana, in Svizzera: se la popolazione avesse posseduto una radicata cultura della sicurezza, forse la potenziale pericolosità di quel luogo sarebbe stata denunciata per tempo, allertando le autorità o scoraggiando la frequentazione di un locale insicuro, magari anche tramite il passaparola social. La conoscenza si traduce sempre in maggiore consapevolezza e responsabilità collettiva.
Il “Contratto per la Sicurezza della Cittadinanza” non va inteso come una mera norma burocratica o una specifica proposta di legge, ma come l’evoluzione moderna del "Contratto Sociale" di Rousseau. È un concetto che si incentra sulla responsabilità indissolubile dello Stato verso la propria cittadinanza per garantirne l’incolumità in ogni aspetto del vivere. Partendo dal dramma degli infortuni sul lavoro, possiamo riabilitare la coscienza sociale, elevando la sicurezza a pilastro fondamentale dell’umanità e della cura reciproca. Dobbiamo pretendere un legame tra diritti e doveri senza dover scegliere tra lavoro e vita sociale.
Una società istruita si basa su empatia e altruismo e l’attenzione verso gli altri diviene abitudine. Solo conoscenza e consapevolezza permettono una crescita che metta l’essere umano al centro.
di Rodolfo La Tegola
